Il Calvario non è finitoRecentemente, un noto giocatore di calcio della serie “A” italiana si è infortunato subito dopo aver già patito altri incidenti agonistici. Una buona parte dei titoli di giornali e telegiornali che hanno sottolineato la sfortuna che sta perseguitando quell’atleta ha usato l’immagine del “calvario”, “un calvario che non vuol proprio finire”. Certo, l’espressione è entrata da tanto tempo nel linguaggio comune per indicare una fase molto critica della salute o di altre situazioni di vita di una persona; ma si dovrebbe stare più attenti ai termini che si usano, specialmente in quei Paesi che si vantano di avere una tradizione o, come si dice, una “cultura cristiana”.
Che un’espressione sia oramai gergale non significa che si sia per forza autorizzati ad usarla: dovremmo avere tutti molto più senso critico e, soprattutto, rispetto e timore di Dio.
Tutti sanno che il Calvario (o, nei Vangeli, “Golgota”, o luogo detto “del Cranio”) è la collina nei pressi di Gerusalemme usata come luogo di crocifissione di Gesù e in genere dei condannati a tale pena in quell’epoca. La crocifissione, assieme al rogo ed a qualche altro genere di morte, è uno dei tormenti in assoluto più atroci che l’uomo sia riuscito ad ideare, ed il Calvario riporta alla mente – o almeno dovrebbe farlo – un’esperienza che nessuno al mondo vorrebbe mai passare, una tortura che al solo pensiero fa venire i brividi, un’ignominia ed uno sgretolamento del corpo e dell’animo dal quale chiunque naturalmente rifugge. Per di più, il Calvario è noto prima di tutto per la morte di Gesù (altrimenti, quel luogo di per sé insignificante nella storia umana oggi non se lo ricorderebbe più nessuno); e perché è morto in quel modo, Gesù? Non perché fosse un criminale, ma per la Redenzione degli uomini che intendano divenire Suoi discepoli e che vogliano dunque usufruire, tramite la conversione a Lui, del perdono dei peccati che porta alla salvezza eterna.
Facciamo adesso un pensierino a quel calciatore. Certo, non poter svolgere la propria professione e vedere interrotta a più riprese la propria attività sportiva, altalenandosi fra piccoli interventi chirurgici o d’altro genere e riabilitazioni, non è piacevole, e può anche essere un po’ deprimente. Ma dobbiamo pensare che la sua “tortura”, alla fine, consiste nello starsene tranquillo qualche altra settimana, assistito dai migliori medici, in qualche sontuosa reggia, guadagnando nel frattempo centinaia di migliaia di euro al mese. Credo che nessuno si tirerebbe indietro da una simile “condanna”! Eppure, si riesce a parlare di “calvario”… Sia chiaro, non abbiamo nulla contro il calciatore in questione o contro tutti coloro per i quali, in tante circostanze, si parla a totale sproposito di “calvario”; vogliamo solo sottolineare come, in questo ed in tanti altri casi, si sia davvero persa ogni misura e non si ritrovi più né il senso del sacro né la corretta considerazione per le cose di Dio (e per la nostra anima).
Così, due cose che sono l’una l’opposto dell’altra (la prima, nessuno vorrebbe mai sperimentarla; la seconda, tutti farebbero a gara per viverla) vengono assurdamente accomunate dallo stesso termine: “calvario”.
Un vero credente in Cristo non userà mai in modo irriverente, leggero, profano, espressioni che hanno a che fare con la Rivelazione di Dio, con l’incarnazione di Dio in Cristo, con gli enormi patimenti che il Figlio di Dio ha subito a causa dei NOSTRI peccati. Il Calvario ci parla della sofferenza immane di tanti uomini che ivi furono orribilmente condannati, ma, soprattutto, di quella di Colui che, pur essendo immune da ogni colpa, quale «agnello senza difetto e senza macchia» (1ª Lettera di Pietro 1:19) ha dato la Sua vita per noi. Torniamo, allora, alla Sacra Scrittura, riprendiamo contatto in modo serio, dignitoso e pratico con i concetti, i fatti e le meravigliose Verità della Parola di Dio: altrimenti, ed il più delle volte senza rendersene conto, si continueranno a proferire, di fatto, insolenze contro Dio. Gesù Cristo è Colui che sul Calvario «portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, affinché noi, morti al peccato, viviamo per la giustizia; e per le sue lividure siete stati guariti» (1ª Lettera di Pietro 2:24).
Davvero, e davvero non per usare un luogo comune: non mischiamo il sacro col profano!