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Riflessioni dopo Eluana
Data 19/08/2009 16:24  Autore staff  Hits 1259  Lingua Globale

Vita e morte nel corpo e nello spirito

Riflessioni anomale dopo il caso Eluana

Chi non ha seguito con trepidazione, compassione e qualche crisi di coscienza (o, quanto meno, inquietanti interrogativi) il caso di Eluana Englaro? Ora, prendendo spunto da Eluana, e passata la buriana dei giorni più caldi e drammatici, vogliamo fare riferimento alla Bibbia e invitare i Lettori a trasferire la questione dal piano della (sacrosanta, s’intende) vita fisica, materiale, a quello della (ancor più sacrosanta) vita del nostro spirito.



Fare questo ci porterà a proporre ragionamenti alternativi e considerazioni inconsuete, inattuali rispetto a quelle che, nel comprensibile “diluvio” di opinioni, sono emerse dai pareri scientifici ed etici e dalle tante discussioni.

È giusto impegnarsi nel dibattito, che riguarda tutti, intorno al confine fra ciò che è vita e ciò che non lo è, per capire quando una persona possa essere ritenuta ancora biologicamente tale e quando è invece deceduta; però, il confine più importante di cui dobbiamo occuparci è quello fra la morte e la vita nel nostro spirito. Anche nel momento in cui il corpo materiale, terreno, gode di perfetta salute, lo stesso non vale automaticamente per lo spirito che vi abita: possiamo avere un corpo vivo, bello, armonico, in splendida forma, e possiamo anche sentirci contenti e appagati di tutto ciò, eppure coltivare la morte dentro.

La morte fisica, infatti, si presenta in modo assai diverso da quella spirituale, perché implica la cessazione delle attività biologiche del corpo, il quale smette di funzionare, rapidamente inizia a decomporsi e gradualmente si discioglie nella terra da cui fu tratto; la morte in senso spirituale, invece, non determina la conclusione dell’esistenza dello spirito, che è invece destinato a vivere per sempre: qui si parla allora di morte a un diverso livello, e il discrimine fra la vita e la morte è dato dal rapporto, dal legame fra lo spirito dell’uomo e lo Spirito di Dio. Se lo spirito umano non è congiunto, armonizzato con quello di Dio, significa che è separato da Lui, e il concetto di “separazione” implica sempre, nella Bibbia, quello di “morte”:
la morte fisica è separazione del corpo dallo spirito, mentre la morte spirituale è separazione dello spirito umano da Dio; il corpo vive finché è unito allo spirito, lo spirito è considerato vivo da Dio finché è in sintonia con Lui.

Ma cosa determina la “separazione da Dio”? L’intera rivelazione scritta di Dio lo chiarisce dalla prima all’ultima pagina, spiegando in tanti modi che il peccato pone una barriera fra la creatura e il Creatore, perché «il peccato è violazione della legge», s’intende della legge di Dio (1ª Giovanni 3:4). Un passo che, forse meglio di ogni altro, esprime questi concetti, è quello di Isaia 59:2, in cui troviamo scritto: «Le vostre iniquità hanno prodotto una separazione fra voi e il vostro Dio, e i vostri peccati hanno fatto nasconder la sua faccia da voi, per non darvi ascolto»: i nostri peccati ci distaccano da Dio, e per abbattere la barriera posta fra noi e Dio ciascuno deve ottenere il perdono di Dio: se è vero, infatti, che «tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio», è anche vero che tutti hanno la possibilità di essere «gratuitamente giustificati per la sua grazia, mediante le redenzione che è in Cristo Gesù» (Romani 3:23-24).
La Scrittura insegna e dimostra che per tutti c’è la possibilità di ammettere e dichiarare onestamente: «Abbiamo peccato» e di tornare a Dio «con tutto il cuore e con tutta l’anima», per ottenere il perdono (1° Re 8:39.47-48). Ecco allora che la prima frase di Gesù che il Vangelo di Marco ci riporta è: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino. Ravvedetevi e credete all’evangelo» (Marco 1:15).

E si entra nella sfera del perdono di Dio, della riconciliazione con Lui («Siate riconciliati con Dio!» – 2ª Corinzi 5:20), nel momento in cui il cammino di conversione culmina, secondo l’insegnamento biblico, nel battesimo(link). Ecco perché Gesù ordinò agli apostoli: «Andate dunque, e fate discepoli di tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro di osservare tutte le cose che io vi ho comandato…» (Matteo 28:19-20).
Il battesimo, che secondo il Nuovo Testamento non può che essere una scelta precisa e consapevole, è il momento della nostra vita terrena in cui ciascuno decide di far “morire” il nostro «uomo vecchio» e di rinascere come «uomo nuovo» (Colossesi 3:5-10): lavati dai nostri peccati (si veda Atti degli Apostoli 22:16) e accolti nel Regno di Dio, si passa infatti «dalla potestà delle tenebre» al «Regno del suo amato Figlio» (Colossesi 1:13-14), e lo si fa con un animo trasformato, una pienezza interiore mai sperimentata prima, nuove prospettive, una meta eterna intorno alla quale far ruotare tutta l’esistenza: «Chiunque vive e crede in me, non morrà mai in eterno», ha detto Gesù: se anche il corpo terreno morirà, infatti, il nostro spirito – ormai unito a quello di Dio – continuerà a vivere e sperimenterà la risurrezione «all’ultimo giorno» (Giovanni 11:24-26) per abitare in eterno in quella che
la Bibbia chiama simbolicamente la «Gerusalemme celeste» (Ebrei 12:22; Apocalisse 21:10).

La questione cruciale, allora, non è più il confine morte/vita in termini materiali, terreni, quanto in termini spirituali; e chi capisce e pratica questi insegnamenti della Parola di Dio non è più “schiavo” dell’angoscia della morte (fisica), né si pone come prioritaria domanda (sempre assai importante, sia chiaro, ma non prioritaria) quella sull’esistenza biologica. Se anche ho la vita terrena, infatti, ma per Dio sono morto spiritualmente, a che mi serve? Al contrario, se non ho più vita in questa terra, ma sono vivo per Dio… ho tutto: «Che giova infatti all’uomo, se guadagna tutto il mondo e poi perde la propria anima? Ovvero, che darà l’uomo in cambio dell’anima sua?» (Matteo 16:26). «Beati i morti che muoiono nel Signore», dice la Sacra Scrittura, ossia beati quelli che muoiono nel corpo, ma il cui spirito è vivo nell’Onnipotente (Apocalisse 14:13): essi non hanno nulla da temere, perché «né morte né vita né angeli né principati né potenze né cose presenti né cose future né altezze né profondità, né alcuna altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Romani 8:38-39).

 




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